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Il Canyoning o torrentismo in Aspromonte è una vera e continua sorpresa, riesce a svelare passo dopo passo i tratti più nascosti, impervi ed incontaminati di queste valli, praticare il Canyoning in Aspromonte vuol dire poter accedere a posti dove finora era concesso solamente all’acqua, con un divertimento garantito oltre che, dalle numerose discese in corda anche da tuffi scivoli e giochi d’acqua che faranno di una normale giornata un ricordo davvero speci.

L’estremo lembo più a sud della Calabria mostra un massiccio montuoso con un numero davvero incredibile di itinerari per praticare il torrentismo, possiede una morfologia alquanto particolare e sembra avere una forma pentagonale per quattro lati circondato dal mare, dalla sua cima più alta, Montalto, si dipartono differenti enormi costoni che scendono ora ripidi ora pianeggianti, fino al mare. E’ sopratutto ricco di acqua e di torrenti che appoggiandosi su un manto granitico simile a quello Dolomitico hanno creato dalla notte dei tempi una lunga serie di cascate, pozze, scivoli, fenditure, e canyon che permettono di entrare direttamente nel cuore di questa montagna, l’Aspromonte.

itinerari

Il Canyoning è una disciplina sportiva che permette davvero di entrare nel cuore della montagna, da tanti è considerata estrema e può diventarlo se portata ad un certo livello, in realtà è aperta a tutti se praticata nei limiti di ciò che realmente è: un divertentissimo sport montano.

Il Canyoning o Torrentismo si pratica percorrendo a piedi i torrenti e le valli che le nostre montagne offrono, alla ricerca di ostacoli da superare che l’acqua ha scavato nel suo incessante scorrere da millenni. Cascate, scivoli, tratti inforrati, fenditure, pozze d’acqua e verticali di ogni genere sono gli ostacoli da superare grazie a tuffi, salti, passaggi di arrampicata in discesa, tratti a nuoto per uscire dalle pozze e sopratutto grazie ad imbracature discensori e corde, parte principale ed importante del corredo di ogni Canyoneer.

I torrenti hanno una portabilità d’acqua variabile dipendente oltre che dal torrente stesso, sopratutto dalle stagioni o dalle piogge, la variabile acqua è infatti una delle caratteristiche che possono descrivere la difficoltà di una forra, per poter praticare in sicurezza questa attività, dovrebbe generalmente essere non superiore ai 150l al secondo. Altra caratteristica è la forte pendenza, difatti in tutte le verticali sono predisposti sistemi di ancoraggio come chiodi da roccia, tasselli ad espansione o resinati a cui assicurare la corda per poter effettuare la discesa.

Uno dei principali obblighi per poter praticare questo sport è una buona capacità natatoria nonché una certa resistenza fisica. Proprio per le caratteristiche dei torrenti che si prestano a praticare questo sport, una volta intrapreso il torrente, non è più possibile tornare indietro ma seguirlo fino alla fine per uscire poi ed intraprendere il sentiero che ricondurrà alle auto.

I percorsi generalmente hanno una durata dalle 3 alle 6 ore, escluse le marce di avvicinamento e il rientro appena usciti dal torrente, durante l’attività si rimane dunque isolati ed in un ambiente particolarmente impervio ed inospitale, serve guardarsi con assoluta priorità dall’acqua e dal freddo, principali problematiche per chi pratica questa attività.

Tecnica

La progressione in forra deriva in realtà da un mix di più tecniche che nel corso degli anni hanno sviluppato determinate utilità ormai specifiche e proprie di questa attività. Tra le tecniche più importanti troviamo quelle alpinistiche e speleologiche che hanno permesso la progressione verticale di questo sport, ovvero la discesa delle cascate tramite corde, discensori ed imbracature a cui si rimanda l’utilizzo solo dopo aver seguito e frequentato corsi appositamente organizzati. Una discreta preparazione atletica aiuterà invece il resto della progressione effettuata tramite marcia sul torrente, tuffi, previa verifica della pozza, scivolate non troppo verticali, nuoto e disarrampicate.

Nasce così dunque l’assoluto obbligo del sapere e dell’esercizio fatto di nodi e manovre per rientrare nelle condizioni minime di sicurezza prima di affrontare qualunque torrente porti ad una forra. É altresì indiscusso l’obbligo di portarsi all’interno di un canyon con almeno altri tre/quattro forristi. Altre tecniche da annoverare possono essere uno studio che aiuti a “leggere” il torrente, a valutare le acque troppo “vive”, e a capire le condizioni meteo ricordando sempre e comunque, di informare qualcuno del torrente che si intende percorrere.

Già a cavallo tra gli anni 80 e 90, i Francesi, sempre in prima linea nel settore torrentistico, pubblicarono diversi manuali e guide di progressione in forra. In Italia, un grande lavoro basato su conoscenze tecniche di alto livello, anni di esperienza e soccorsi in diversi ambiti di tipologia quali quello alpino, speleo e forra, è rappresentato dal manuale tecnico di soccorso in forra della Snafor. Nell’ormai famoso manuale ideato e redatto da Pino Antonini vengono finalmente standardizzate ed uniformate le manovre di progressione in forra, “creando” la moderna tecnica di Canyoning, illustrata davvero con professionalità e precisione.

Attrezzatura ed equipaggiamento

Lunga è la lista di ciò che dovrebbe stare nello zaino bucherellato del buon forrista, considerando per un attimo di dover “vestire” qualcuno dell’attrezzatura necessaria per affrontare un canyon cominceremmo sicuramente dal buon senso di non lasciare assolutamente nulla al caso e dunque:

  • Casco, chiaramente da alpinismo ben regolato sul giro testa e con il sottogola allacciato, completo di fischietto per poter comunicare tra il fragore delle cascate.
  • Muta, intera o due pezzi ma di almeno 5mm completa di guanti e calzari e ginocchiere, quali protezioni contro il freddo e gli urti, la stessa è preferibile sia di giusta taglia, a scanso di impedimenti vari, o viceversa di passaggi inopportuni di acqua fredda tra muta e pelle.
  • Scarpe, una leggera scarpa da trekking, magari alta sulle caviglie si presterà benissimo a questa attività, tuttavia è importante avere una buona mescola sotto per non scivolare su rocce bagnate o saltellando tra i massi, le scarpe prodotte proprio per questo tipo di sport possiedono un notevole grip che aiuta parecchio rendendo più sicura la progressione.
  • Imbracatura, in commercio ne esistono differenti modelli, importante però sceglierne qualcuna che abbia il ponte d’attacco orizzontale, ovvero l’anello dove collegare il discensore. Altro punto importante e che abbia la protezione classica posteriore che aiuterà ad evitare gli sfregamenti sulla muta.
  • Discensorimoschettonitagliacordecarrucolebloccanti e longes, praticamente tutta la ferraglia che serve nella progressione in discesa o eventualmente in risalita.
  • Cordesemistatiche, comunque con un basso fattore elastico, tra 9,5 e 10,5 mm ma soprattutto di lunghezza adeguata alla situazione che si va ad affrontare, oltre le corde in comune sarebbe bene portare una corda personale di sicurezza da 9mm di almeno 20m.
  • Sacco d’armo, specialmente nelle forre che vengono percorse per la prima volta nella stagione sarà utile portarsi appresso martello, qualche chiodo da roccia, perforatore, tasselli e piastrine, le piene stagionali possono davvero portar via una sosta.
  • Bidone o sacco stagno, per tutto ciò che è emergenza, prevenzione, soccorso, cibo e qualunque altra cosa debba rimanere asciutta come un cambio, una lampada frontale, una radio vhf, un accendino ecc.

ITINERARI

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Storia del torrentismo in Aspromonte

Negli anni ’80, Alfonso Picone Chiodo, unitamente ad altri amici, iniziò a percorrere in lungo ed in largo, molte delle fiumare Aspromontane, di entrambi i versanti ionico e tirrenico. Si iniziava ad intraprendere il percorso escursionistico da valle, risalendo e superando faticosamente e pericolosamente enormi massi, pozze, scivoli, laghetti; alcuni ostacoli però, risultavano davvero insormontabili, delle volte infatti, alte pareti di 70 metri e oltre, sbarravano il passo e si era costretti per forza di cose di aggirarle. Pertanto si risalivano ripidi ed estenuanti crinali o costoni, per poi ridiscendere più su, al disopra della cascata. Così facendo però, si rinunciava a percorrere integralmente le verticali alte e i suoi tratti a canyon più impervi, dove si nascondevano altre suggestive e spettacolari cascate, angoli incontaminati di Aspromonte.

 

Questi primi “esploratori” tuttavia non avevano cognizioni tecniche e attrezzatura idonea per fare del vero torrentismo ed inoltre l’intento principale di quegli anni era la realizzazione di “imprese” che potessero richiamare l’attenzione dei media nazionali su di una montagna conosciuta solo in negativo.

 

A metà degli anni 90, grazie anche all’entusiasmo di Natale Amato, Pino Iaria, Peppe Trovato ed altri amici , si iniziarono a portare avanti alcune tipologie sportive in Aspromonte e all’interno del CAI di Reggio Calabria, come lo sci di fondo escursionistico, lo scialpinismo, il torrentismo appunto, ed in ultimo, ma non per importanza, grazie ai contatti di Alfonso Picone CHiodo con la vicina Puglia la “creazione” di una stazione di Soccorso Alpino in Aspromonte.

Si cominciò quindi, muniti di attrezzatura alpinistica, imbrago, casco, chiodi, moschettoni, martello da roccia ecc., a scendere i torrenti, anziché risalirli, praticamente seguendo il loro naturale corso d’acqua. Le alte pareti così, una volta attrezzata con i chiodi la sosta, venivano discese.

Di lì a seguito il Furria nel 96, “complice” il suo facile accesso, in quanto non necessita di fuoristrada per l’avvicinamento, e il suo percorso relativamente breve, ha fatto sì che venisse percorso negli anni da numerosi soccorritori Pugliesi, Calabresi, Lucani e Siciliani, dalle sezioni CAI principalmente di Reggio Calabria e Catanzaro, da associazioni Siciliane, dai VVff per esercitazioni, ecc.

Le seconde gole, All’interno del Parco Nazionale d’Apromonte, le oramai famose cascate Maesano, che in data imprecisata, furono attrezzate con viti e anelli resinati, probabilmente da una associazione Messinese.

 

Quindi a seguire la forra del Butramo. A quei tempi, in Aspromonte nessuno era in grado di dare informazioni esatte su queste impervie zone. Nei primi anni 90, ci fù un tentativo da parte di alcuni soci del CAI di Catanzaro, capitanati da F. Bevilacqua di percorrere integralmente il Butramo, da Monte Cerasia (1.600 slm) alla fiumara Bonamico (200 slm ), ma il primo tentativo fallì a causa probabilmente, delle informazioni errate ricevute. Il gruppo uscì l’indomani dal canyon del Butramo nella parte alta, risalendo Punta Cancelliere, Acatti e Afreni, fino al casello di Cano. Nel ‘96, si riorganizza un remake con Bevilacqua, Picone, Festa ed altre sei amici con pernottamento nei pressi del casello di Cano, in compagnia di Fedele Stranges. In questo modo, si intraprendeva il percorso la mattina presto del sabato. Il venerdì pomeriggio si partiva in quegli anni, da casa Stranges a S. Luca, con pittoreschi camion utilizzati per condurre i pellegrini alla Madonna della montagna di Polsi, lungo le piste polverose. Il sabato, una volta “dentro” al Butramo una serie di imprevisti, compreso un pomeriggio alluvionale, lì costrinse ad un ulteriore pernotto di emergenza stavolta, in gola naturalmente. Singolare l’espediente adottato da Alfonso Picone per supplire al fatto di non essere dotato di muta contro le fredde acque: Cospargersi il corpo con grasso di foca (proprio quello utilizzato per gli scarponi..). Risultato, una inevitabile scia di mosche seguì a lungo il malcapitato.
L’uscita dal Butramo, come da prima spedizione anni 90, avvenne sempre nella parte medio alta, stesso ripido costone e solo dopo 6 ore circa si arrivò a Cano,…un altro tentativo fallito che alimentò il mito Butramo in quegli anni, ma che servì davvero per esperienza nelle future esplorazioni.

 

Nel 97, finalmente fu espugnato, il mito Butramo, attrezzandolo con chiodi da roccia in esplorazione. In quegli anni non usavano ancora il trapano, né tanto meno la muta di equipaggiamento… quantomeno in Aspromonte !!

Nel 1998 si organizza la discesa del S. Agata, nei pressi di Gambarie, sopra Cardeto, attrezzata sempre con chiodi o utilizzando dove possibile ancoraggi naturali, tronchi di alberi.

Nel 1999, tocca alle gole del S.Leo, a dire del Trovato le più belle gole d’Aspromonte, denominate “le gole di montagna” siamo nel cuore del Parco Nazionale d’Aspromonte, dove 11 cascate si susseguono in rapida successione una dopo l’altra. Sempre nel ‘99, furono attrezzate il solo salto delle cascate Forgiarelle con due spitfix.

 

Negli anni a venire, vengono attrezzate la forra del Mangusa, l’affluente del Furria, il Campolico, dapprima la parte bassa denominata “Butramino”, sempre da Trovato e Iaria Diego Leonardi e Natale Amato, attrezzandolo con spitfix.

Nel 2002, per merito di Amato e Iaria, furono aperte ed attrezzate le prime “gole fluviali” con presenza di qualche piccola verticale, l’Allaro.

Nell’agosto del 2002, un gruppo del CAI di Giarre (CT), guidati da Diego Leonardi, prova a scendere il Ferraina attrezzando le prime pareti con spit fix, con alcuni frazionamenti in parete, per permettere la risalita su corda fissa, in quanto intenzione del gruppo di Catanesi era risalire e tornare sul luogo di partenza, ma non completarono la discesa, per problemi di metraggio corde, la cascata del Cicutà di 70m, rimase inviolata, ma lo scenario selvaggio del Ferraina, incantò sicuramente. Così nel 2005, Trovato, Amato, Iaria, Repaci, ed altri amici, ridiscesero il Ferraina integralmente per la prima volta sotto cascata, con soste “spittate”. Un ambiente incredibile di rara e selvaggia bellezza. Alcuni piccoli problemi insorsero, durante la lunga via di uscita dal torrente, che avvenne di notte.

 

In verità durante la discesa integrale del Ferraina e dell’Aposcipo, si notavano dei vecchi e arrugginiti chiodi da roccia, infissi nelle fessure in posizione fuori cascata di chiara derivazione alpinistica, infatti dopo lunghe “indagini”, grazie a Claudio Fortunato, alpinista laziale, si è risalito ad una prima esplorazione fuori cascata da parte di un terzetto di alpinisti Laziali.era il lontano 1981.

L’apertura di diverse ed interessanti gole, iniziava ad incuriosire esperti a carattere nazionale, forristi del calibro di Pino Antonini, iniziavano ad effettuare incursioni torrentistiche in Aspromonte, accompagnato anche da tanti amici.

Negli anni successivi, furono aperte ed attrezzate le cascate del Marmarico da Diego Leonardi e Natale Amato (2004), ancora dopo l’Aposcipo, dopo un primo tentativo, non riuscito a causa del maltempo, avviene la discesa integrale, dalla cascata Palmarello di 80 metri, successivamente completata dalle cascate a valle dell’Aposcipo (luogo celato), con Repaci, Malara E. M. e D’Arrigo. Quindi negli anni a venire e siamo intorno al 2007, è la volta delle cascate Linnha e Castanò, percorse da alcuni soci CAI di Reggio Calabria, tra cui Peppe Romeo, utilizzando ancoraggi naturali fuori cascata e, successivamente attrezzate.

 

Negli ultimi anni, l’associazione “Aspromontewild”, insieme a Pino Antonini e Gigliola Mancinelli, ha continuato il lavoro di esplorazione dei canyon impervi dell’Aspromonte, attrezzando e valorizzando sconosciute gole, come il Nessi (Ciminà), il S.Pasquale (Bova), il Glicorace a Roccaforte del Greco, il Chalonero sempre nell’area grecanica, caratterizzato da un alta parete di 90 metri frazionata dal D’Arrigo a circa 45 metri di altezza. L’attività esplorativa non si arena sul versante ionico del massiccio, ma il team forra di Aspromontewild, in collaborazione con Antonini, attrezza anche i canyon del versante tirrenico Aspromontano, che nei primi anni storici del torrentismo in Aspromonte, furono trascurati a dispetto dei canyon della parte ionica. Quindi è la volta del Barvi, delle numerose cascate del Galasia, del Calivi o Galati, con le cascate Teresa e Paola, parte alta e bassa, il torrente Jamundu, che parte con la famosa cascata Mundu per terminare immettendosi sul Barvi con un ultimo salto di 90m, frazionata a circa 30 metri sotto la partenza della verticale, fino a ridiscendere un paretone in appoggio, un vero angolo amazzonico.

 

L’associazione Aspromontewild, con una frequenza media di percorrenza di circa 40/50 forre per stagione, da marzo a novembre, programma alcune impegnative uscite, per l’osservazione del territorio, per verificare lo stato delle soste, dei dati in generale come i cambiamenti morfologici del terreno, la presenza di specie animali di grande interesse, e la stessa percorribilità.

Tutte le forre e i percorsi canyoning sono comunque catalogate all’interno del catasto forre sul sito nazionale dell’Associazione italiana Canyoning

 

 

1998

Discesa nelle gole del Butramo

1996

Discesa ultimo salto

1997

Butramo

1996

Torrente Butramo, Spedizione per esplorazione con vecchi camion dell'epoca.

1997

Uscita dal Butramo

1996

Canyoning, torrente Furria